"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Jack “the dripper” Pollock: il profeta dell’Action Painting

Jack “the dripper” Pollock: il profeta dell’Action Painting

Jackson Pollock in un ritratto di Rudolph Burckhardt, 1950

Jackson Pollock in un ritratto di Rudolph Burckhardt, 1950

T-shirt nera, jeans, una sigaretta che penzola all’angolo della bocca e uno sguardo perennemente corrucciato.

Quando diventa il più grande artista americano, Jackson Pollock si mostra così al suo pubblico di ammiratori, ma dentro rimane il ragazzaccio di sempre, quello che a scuola si distingueva per la sua dipendenza dall’alcol e che girava l’America aggrappato ai respingenti dei treni in cerca della sua pittura.

Paul Jackson Pollock nasce il 28 gennaio 1912 in una fattoria del Wyoming, luogo leggendario della corsa all’Ovest, figlio della campagna americana e cresciuto in California ed Arizona, era il più giovane di cinque fratelli tre dei quali, come lui, diventeranno pittori e uno scrittore.

Pollock pareva, però, poco dotato: studente mediocre, si era distinto solo per la sua inclinazione al bere e gli atteggiamenti ribelli. Incoraggiato, tuttavia, da un professore della scuola superiore, che aveva notato il suo talento, Pollock decide di dedicarsi alla pittura.

Jackson Pollock, Male and Female, 1942

Jackson Pollock, Male and Female, 1942

Comincia così un viaggio tormentato alla ricerca di uno stile adeguato a quello che l’artista sente di potere e di volere esprimere.

Dopo aver lasciato lo studio newyorkese del pittore realista Thomas Hart Benton, Pollock vaga per l’America, insoddisfatto dagli insegnamenti del maestro legati ad un modo troppo tradizionale di rappresentare la scena americana.

Fondamentale fu, per la sua crescita artistica, la conoscenza dei muralisti messicani, quali Siqueiros e Orozco, dei quali ammirava il mondo non convenzionale di fare arte. Essi, infatti, sono d’esempio a Pollock per la sperimentazione tecnica: abbandonati i pennelli e le spatole, il colore viene spruzzato e schizzato sulle pareti con i mezzi della pittura edile.

Jackson Pollock, The She Wolf, 1943

Jackson Pollock, The She Wolf, 1943

L’ansia di Pollock non pareva però soddisfatta, nulla sembrava appagarlo interamente, fino all’incontro con l’arte europea.

Nel 1940, sulla spinta del secondo conflitto mondiale, un’ondata di nuova sofisticata arte contemporanea arriva in America. Giunsero i surrealisti, Dalì, Masson, Breton, Ernst e, soprattutto, arrivò Peggy Guggenheim, che inaugurò a New York la sua galleria di tendenza, Art of This Century, prezioso veicolo per la divulgazione dell’arte astratta e surrealista.

Pollock rimase totalmente affascinato dal surrealismo per il suo carattere liberatorio e per la sperimentazione che faceva sulle tecniche automatiche di pittura, volte a ridurre al minimo l’incidenza del lavoro cosciente sul prodotto artistico.

Per l’irrequieto Pollock, l’idea di poter gocciolare, schizzare, pugnalare con il pennello il colore, sciogliendo così la tela dalla tirannia della figura rappresentata, è un’idea esaltante e gli fece incontrare, così, la sua vera dimensione d’artista.

A consentirne il suo pieno sviluppo fu proprio Peggy Guggenheim, che notò il giovane talento e gli offrì un contratto che gli permise di poter lavorare e sperimentare senza pensieri economici.

Jackson Pollock, Stenographic Figure, 1942

Jackson Pollock, Stenographic Figure, 1942

Pollock si trovò, così, inserito nel movimento artistico che si veniva formando attorno alla galleria di Peggy e che, dal critico d’arte del New Yorker Robert Coates, verrà definito espressionismo astratto americano, sancendo così la nascita di una scuola artistica totalmente nuova.

In un breve periodo di tempo Peggy Guggenheim portò alla ribalta, oltre a Pollock, artisti quali Motherwell, Baziotes, Hans Hoffmann, Clyfford Still, Mark Rothko e David Hare, offrendo loro la possibilità di esporre in una prima mostra personale di un certo livello.

Le opere di Pollock si distinsero per la monumentalità e la grandiosità unite ad un gesto creativo veemente e febbrile: una ritmica spontanea e liberatoria che racchiudeva un senso di rinascita, quasi una sorta di profezia spirituale.

Pollock raggiunse allora la fama ed il riconoscimento di pubblico e critica, seguirono anni sereni e tranquilli, nel 1945 si trasferì in campagna, a Long Island, con la moglie Lee Krasner.

La campagna cominciò a lavorare sulla sensibilità e sulla memoria di Pollock, proprio nell’ampio spazio della stalla, trasformata in atelier, ha luogo il passaggio risolutivo della sua pittura: egli lavorò sulla tela non più verticale, ma distesa a terra, versandovi e sgocciolandovi sopra il colore dal pennello, nella tecnica tipica del dripping.

Pollock continuò, così, a sviluppare questa tecnica insistendo sul carattere astratto delle sue nuove opere che vengono denominate, di lì innanzi, attraverso una clinica numerazione abbandonando le intitolazioni evocative.

Jackson Pollock, Number 31, 1950

Jackson Pollock, Number 31, 1950

Il 1950 segna forse l’apice della creatività monumentale di Pollock, è l’anno di opere quali Number 31 e 32, due grandi pezzi tutti in nero.

Il fotografo Hans Namuth immortalò, con degli scatti memorabili, le particolari danze dell’artista intento nell’esecuzione di queste tele: le sue movenze feline e la sua intenta concentrazione sono una delle più suggestive testimonianze del nuovo modo di fare arte del XX secolo. Alla metà degli anni Cinquanta Pollock è oramai una leggenda, ma anche la decadenza è rapida e vicina.

Jackson Pollock, Number 32, 1950

Jackson Pollock, Number 32, 1950

L’alcol diviene parte integrante delle sue sessioni di pittura, dopo il 1952 Pollock passa più tempo al bar che a dipingere, frequenta altre donne e inizia a lasciarsi andare.

La notte dell’11 agosto 1956 Jackson Pollock, alla guida della sua Oldsmobile convertibile, ha un incidente fatale: l’artista e una donna di nome Edith Metzger muoiono sul colpo, mentre sopravvive Ruth Klingman, modella e aspirante artista con cui il pittore stava avendo una storia.

“Quando penso a tutto quello che ho fatto per piazzare i suoi quadri più belli presso musei e collezioni importanti. Se me li fossi tenuti, a quest’ora sarei ricca.” (Peggy Guggenheim)

Jackson Pollock ritratto da Hans Namuth

Jackson Pollock ritratto da Hans Namuth

 

Jackson Pollock ritratto da Hans Namuth

Jackson Pollock ritratto da Hans Namuth

 

Jack “the dripper” Pollock: il profeta dell’Action Painting ultima modifica: 2012-12-04T19:45:01+00:00 da barbara
7 Comments
  • helios2012
    Posted at 18:43h, 05 dicembre Rispondi

    Ho la convinzione che Pollock, contrariamente a quello che pensano in molti, al di là del suo gesto istintivo avesse ben in mente, sia in maniera conscia o inconscia, la struttura e il senso cromatico di quello che stava facendo. Altrimenti avrebbe creato opere ‘disarmoniche’ sia in senso cromatico che compositivo.

    Ovviamente rimane solo un mio personale pensiero. 🙂
    Un saluto.

    • barbarameletto
      Posted at 19:36h, 06 dicembre Rispondi

      Pollock fu un grande artista, rivoluzionario sì, ma con una solida cultura figurativa e una forte coscienza del suo gesto innovativo e sconvolgente. Concordo con te sul fatto che non ci sia improvvisazione in lui, ma una mirata ricerca verso un lingiaggio espressivo del tutto personale.

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