"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Il Bauhaus: l’architettura che trasforma la vita

Il Bauhaus: l’architettura che trasforma la vita

Lo scopo di tutta l’attività plastica è la costruzione.

Ornarla era, anticamente, il compito più nobile delle arti plastiche, componenti inseparabili della grande architettura.

Oggi si trovano in una situazione di autosufficienza singolare, dalla quale si libereranno solamente attraverso la cosciente attuazione unita e coordinata da tutti i professionisti.

Architetti, pittori e scultori debbono di nuovo imparare a conoscere e a capire la forma complessa dell’architettura nella sua totalità e nelle sue parti; solo allora le sue opere staranno un’altra volta piene di spirito architettonico che si è perso nell’arte del salone.

(Walter Gropius dal manifesto del Bauhaus di Weimar, aprile 1919)

Joost Schmidt, manifesto creato per l'esposizione dei lavori del Bauhaus a Weimar nel 1923

Joost Schmidt, manifesto creato per l’esposizione dei lavori del Bauhaus a Weimar nel 1923

Nel mese di aprile del 1919, un manifesto programmatico rendeva pubblica la nascita del Bauhaus di Weimar, una nuova scuola che intendeva riunificare, sotto quest’unica denominazione, l’Accademia di belle arti e la Scuola di artigianato artistico di Weimar. Il frontespizio del testo recava impressa la famosa xilografia di Lyonel Feininger dal titolo Cattedrale, opera esemplificativa degli intenti innovativi che la neonata confraternita artistica si proponeva.

Manifesto del Bauhaus del 1919 con la xilografia di Lyonel Feininger "Cattedrale"

Manifesto del Bauhaus del 1919 con la xilografia di Lyonel Feininger “Cattedrale”

Il manifesto prendeva luce all’interno di un clima culturale ricco di fermenti: esso infatti traeva alimento dalle nuove avanguardie espressioniste di inizio secolo, riviste e reinterpretate attraverso la tragica esperienza della prima guerra mondiale. I toni del programma sono volutamente enfatici ed incitano gli artisti a raggrupparsi entro questa sorta di confraternita, spinti dalla volontà di fondare una nuova architettura che fosse manifestazione completa ed unitaria di tutte le arti.

“Formiamo dunque una nuova corporazione di artigiani. […] Impegniamo insieme la nostra volontà, la nostra inventiva, la nostra creatività nella nuova costruzione del futuro, la quale sarà tutto in una sola forma: architettura, scultura e pittura e, da milioni di mani di artigiani, si innalzerà verso il cielo come un simbolo cristallino di una nuova fede che sta sorgendo.”

(Walter Gropius dal manifesto del Bauhaus di Weimar, aprile 1919)

Questa sorta di appello ad un ritorno all’artigianato e ad un’opera d’arte totale che fosse popolare e collettiva, si situa in un contesto storico di grande disagio: nello stesso anno a Weimar, infatti, veniva stilata la costituzione di una repubblica tedesca democratica che di lì a pochi anni sarebbe stata annientata dal nazismo.

Lázló Moholy-Nagy, manifesto del Bauhaus, 1923

Lázló Moholy-Nagy, manifesto del Bauhaus, 1923

Il primo direttore del Bauhaus fu l’architetto Walter Gropius che si avvalse della collaborazione di maestri provenienti dalla preesistente accademia granducale, quali Max Thedy, Otto Frohlich, Walther Klemm e Richard Engelmann, e di nuovi artisti quali Lyonel Feininger e Gerhard Marcks, riconducibili alle tendenze espressioniste dell’arte tedesca, e Johannes Itten, pittore svizzero che Gropius aveva conosciuto a Vienna nei salotti frequentati dalla moglie Alma Mahler, già vedova del grande compositore.

L’avvio della scuola fu tormentato e faticoso, sia per ragioni economiche, sia perché, al di là degli scopi originari, la qualità dell’insegnamento non differiva di molto da una tradizionale Accademia di belle arti.

Seppur nella difficoltà di tradurre nella pratica didattica gli intenti programmatici, sarà, però, sempre viva e presente nel Bauhaus la ricerca di un’ integrazione tra le più diverse e varie manifestazioni artistiche, scavalcando coì i confini tradizionali tra le diverse discipline.

I maestri e i giovani allievi del Bauhaus si dedicheranno, infatti, non solo all’architettura, ma anche alla fotografia, al teatro, alla grafica pubblicitaria, alla progettazione di mobili, al disegno di tessuti, alla tipografia, oltre che alla pittura e alla scultura . Una visone che ammantava l’insegnamento di un’aurea utopistica finalizzata alla creazione di un’opera d’arte totale che fosse moderna e collettiva.

Oskar Schlemmer, sigillo del Bauhaus, 1922

Oskar Schlemmer, sigillo del Bauhaus, 1922

L’esempio più diretto al quale il Bauhaus si rifaceva era il movimento delle Arts and Crafts, sorto in Inghilterra verso la seconda metà dell’Ottocento, come reazione allo scadimento qualitativo degli oggetti d’uso comune in seguito all’industrializzazione incontrollata.

Sia l’Arts and Crafts Movement che il Bauhaus, si proponevano di riportare in vita un’arte che, sull’esempio delle botteghe artigiane medioevali, unisse lo scopo utilitaristico al valore estetico.

Il Bauhaus si adoperò, tuttavia, anche nell’integrazione del lavoro artistico con quello industriale: migliorare la produzione industriale significava per la Germania dell’epoca strappare il primato produttivo all’Inghilterra, cercando così un riscatto alla disfatta politica subita. Il ritorno all’artigianato si sfronda dei suoi echi romantici e cerca un nuovo dialogo con la realtà delle macchine e dell’industria superando, così, definitivamente l’idea dell’isolamento dell’art pour l’art.

“Se dovessimo rifiutare del tutto il mondo che ci circonda, allora la sola soluzione resterebbe l’isola romantica. […] un mal compreso ritorno alla natura rousseauiano. Ma se invece vogliamo rimanere in questo mondo, allora le forme delle nostre creazioni assumeranno ancor di più il suo ritmo.” (Walter Gropius)

Il 23 agosto 1923 venne inaugurata a Weimar una collettiva del Bauhaus che doveva essere testimonianza degli sforzi intrapresi da questi artisti nella ricerca di integrazione tra il prodotto artistico e la nuova realtà sociale e produttiva che si era costituita. Nonostante gli esiti positivi della mostra, però, non vi era stato lo sperato successo economico né un’effettiva e concreta collaborazione con l’industria tedesca.

Anche il clima politico andava mutando: con l’entrata del partito comunista nella repubblica si intensificarono tensioni e sospetti, tanto che lo stesso Gropius fu vittima della repressione poliziesca come sospetto complice di “attività comuniste”. La fine del Bauhaus di Weimar risultava oramai inevitabile: il 26 dicembre 1924 Gropius e i suoi maestri sciolsero definitivamente la scuola.

Modello di Walter Gropius per la realizzazione del Bauhaus di Dessau

Modello di Walter Gropius per la realizzazione del Bauhaus di Dessau

Il Bauhaus si riformò nel 1925 a Dessau, una cittadina industriale a sud di Berlino, e fu affidato a Gropius il compito di realizzare la sede della nuova scuola e le case-atelier per i maestri.

Il risultato fu la miglior opera realizzata dall’architetto in perfetta sintonia con i programmi dell’architettura del Bauhaus che, abbandonando i tradizionali impianti compositivi simmetrici e conclusi, si apriva ad una concezione dell’architettura più dinamica e alla contaminazione tra gli spazi, abbandonando così i confini definiti e separati tra fronte e retro, interno ed esterno.

“Una costruzione che scaturisca dallo spirito attuale si allontana dall’apparenza rappresentativa della facciata simmetrica.” (Walter Gropius)

La grande novità introdotta dal Bauhaus di Dessau, fu la costituzione della tanto attesa sezione di architettura nel 1927, la cui cattedra venne affidata all’architetto svizzero Hannes Meyer.

Tale evento portò alla trasformazione dell’istituto sempre più in una scuola di architettura e segnò la fine di un decennio dominato dalla figura di Gropius che, il 4 febbraio 1928, decise di dimettersi proponendo come suo successore, alla direzione della scuola, lo stesso Meyer.

La breve stagione della direzione di Meyer, da molti studenti già allora percepita come la “fine del Bauhaus”, si inaugurava con una revisione didattica e una ristrutturazione del calendario dei corsi: una risistemazione formale che corrispondeva ad una visione progettuale e sistematica del costruire tipica dell’architetto svizzero.

L'insegna del Bauhaus sull'edificio di Dessau

L’insegna del Bauhaus sull’edificio di Dessau

L’acuirsi dei conflitti politici sul finire degli anni venti portò, però, alle dimissioni dello stesso Meyer accusato di dare spazio a cellule comuniste all’interno della scuola. Meyer assieme ad altri studenti lasciarono la Germania per l’Unione Sovietica, occupata, all’epoca, nella “costruzione del socialismo in un paese solo.”

Siamo oramai nel 1930: i tempi erano sempre più crudi e severi, la situazione economica e la stabilità democratica della Germania volgevano oramai all’epilogo finale. Nel corso del 1932 il partito nazionalsocialista diveniva la fazione più numerosa nel consiglio comunale di Dessau; il 22 agosto dello stesso anno si votava la chiusura del Bauhaus che tentò di riaprire, come scuola privata, a Berlino. Nell’aprile 1933 la Gestapo occupava, però, la nuova sede e dopo una minuziosa perquisizione la dichiarava sotto sequestro: il sogno utopistico del Bauhaus poteva dirsi veramente concluso.

L’11 marzo 1933 Joseph Goebbels fu nominato capo di un nuovo dicastero per la propaganda e la cultura popolare, incaricato di definire il modello culturale ed artistico accettato dal nuovo regime nazista. In Germania in quel momento si poteva produrre solo “arte tedesca”, ossia un’arte di maniera che celebrava biecamente il potere: la Camera della cultura del Reich stabiliva chi poteva lavorare e che cosa era permesso di mostrare al pubblico. I pochi artisti non allineati che rimasero in Germania furono costretti al silenzio.

Nel 1937, a Monaco, venne organizzata la prima mostra “dell’arte degenerata”, ove erano esposte le opere delle avanguardie del XX secolo, con grande attenzione per quelle espressioniste.

L’esposizione si poneva in modo critico di fronte a questa produzione definita appunto “degenerata”, in netta contrapposizione rispetto all’arte “sana” del regime. Un opuscolo indicava, infatti, allo spettatore quale fosse il modo “giusto” di vedere queste opere, additandole come prodotti di malati di mente o di dilettanti.

In questo modo si chiudeva un’epoca di scoperte e di sperimentazioni artistiche e, mentre la Germania affossava se stessa e la propria cultura verso un destino inevitabile, intellettuali, artisti e scienziati cercavano rifugio in paesi liberi da persecuzioni razziali e dall’oppressione politica del regime, per dare forma a nuove visioni artistiche.

Cartellone del Bauhaus

Cartellone del Bauhaus

 

Il Bauhaus: l’architettura che trasforma la vita ultima modifica: 2012-11-30T18:12:32+00:00 da barbara
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