"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Giorgio De Chirico: la nascita della Metafisica

Giorgio De Chirico: la nascita della Metafisica

Giorgio De Chirico, Autoritratto nello studio di Parigi, 1935

Giorgio De Chirico, Autoritratto nello studio di Parigi, 1935

“L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena: dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità.”

(Giorgio De Chirico in Valori Plastici, 1919)

Giorgio De Chirico, L'enigma di un pomeriggio d'autunno, 1910

Giorgio De Chirico, L’enigma di un pomeriggio d’autunno, 1910

La Metafisica nasce a Firenze nel 1910 con il dipinto di Giorgio De Chirico L’enigma di un pomeriggio d’autunno, frutto di una sosta dell’artista presso Piazza Santa Croce.

“Certo non era la prima volta che vedevo questa piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino ai marmi degli edifici e delle fontane, mi sembrava in convalescenza.”

Sotto il sole basso di un pomeriggio d’autunno, De Chirico matura la sua prima visione “metafisica”, offrendoci una rappresentazione archetipa e leggendaria che, nei nitori architettonici e in una modernità poeticamente inumana, si vede ritorta all’indietro sopra puri esempi quattrocenteschi.

La Metafisica prende dunque avvio nella città di Papini e di Soffici, all’epoca centro vivo di fermenti culturali e punto d’incontro di alcuni tra i maggiori intellettuali italiani alla vigilia della prima guerra mondiale.

La grande rivoluzione compiuta da De Chirico è quella di pensare un’immagine che, rispettando l’integrità della figura e la precisione della forma, colloca quella figura e quella forma in un’atmosfera sospesa, straniante, stupefatta, bloccata dal tempo.

Giorgio De Chirico, L'enigma dell'oracolo, 1910

Giorgio De Chirico, L’enigma dell’oracolo, 1910

“Niente ci può far credere che alcune cose abituali non contengano, virtualmente, una maggiore meravigliosità di quella che alcuni cercano nelle avventure e negli spettacoli più singolari. (…) Noi viviamo in mezzo a delle cose che non ci sembrano miracoli unicamente perché si ripetono troppo. (…) Noi siamo abituati a questa esistenza e a questo mondo, non ne sappiamo più vedere le ombre, gli abissi, gli enigmi, le tragedie e ci vogliono ormai degli spiriti straordinari per scoprire i segreti delle cose ordinarie. Vedere il mondo comune in modo non comune.” (Giovanni Papini, Il tragico quotidiano, 1906)

Giorgio De Chirico, Nostalgia dell'infinito, 1913

Giorgio De Chirico, Nostalgia dell’infinito, 1913

La Metafisica non reinventa le cose ma il loro significato, scopre un nulla smagliante gettato sopra un mondo insensato, si avventura nelle regioni più furiosamente oniriche e suggestive.

De Chirico, eludendo le deformazioni dell’espressionismo, evitando le scomposizioni di ascendenza cubista o futurista, avvia un modo moderno di concepire la pittura, pur restando ancora fortemente classico. Egli teorizzerà una forma di classicismo che però sarà sempre caratterizzata da un aspetto di enigmaticità, da una domanda sospesa e senza risposta.

La figura umana e, più in generale, tutto ciò che ha vita è per De Chirico un paravento che cela molte altre cose: la rivelazione nasce da una sorta di fissaggio e pietrificazione, dalla sostituzione del paesaggio con l’architettura, dell’uomo con la statua o con il manichino.

Giorgio De Chirico, La torre rossa, 1913

Giorgio De Chirico, La torre rossa, 1913

“L’arte […] ci consiglia oggi più che mai l’inquadramento e la pietrificazione totale dell’universo. Il cielo deve essere serrato tra i rettangoli delle finestre e le arcate dei portici cittadini perché lo si possa mungere sapientemente alle vaste mammelle della sua cupola traditrice. La stessa terra […] è vinta oggi dalla metafisicità delle umane costruzioni […] Tu vedi una stazione ferroviaria, una piazza circondata di cubi di pietra colorata e adorna di squares e di statue in paletot, far zampillare getti altissimi, veri geyser di lirismo metafisico, che chiederesti invano a tutti o paesaggi ridenti e tetri del nostro pianeta.”

Giorgio De Chirico, L'enigma dell'ora, 1911

Giorgio De Chirico, L’enigma dell’ora, 1911

Il tema del tempo e della sua pietrificazione, trova un’esemplificazione perfetta nell’orologio, immagine ripresa e riproposta anche dal movimento surrealista, che, in De Chirico, fa la sua prima comparsa ne L’enigma dell’ora del 1911.

In quest’opera l’artista riproduce la piazza della stazione di Torino con l’orologio tondo sopra una fila di arcate, e la fontana zampillante in primo piano. L’orologio e le arcate hanno, in questo caso, il potere di sospendere il tempo e di fissarlo in un istante preciso.

Se infatti Firenze fu fonte d’ispirazione per la cultura di De Chirico, Torino fu la città che gli fornì maggiori spunti iconografici: l’edificio della stazione, la mole antonelliana, le piazze con i porticati, i monumenti equestri.

Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1917

Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti, 1917

“La vera stagione per Torino, quella durante la quale meglio si manifesta la sua grazia metafisica, è l’autunno. […] E’ la stagione dei filosofi, dei poeti e degli artisti inclini a filosofare. Nel pomeriggio le ombre sono lunghe e dovunque regna una dolce immobilità. […] Per mio conto, credo che questa armonia, così squisita da diventare quasi insostenibile, non sia stata estranea alla follia di Nietzsche, il cui spirito già provato non poteva ricevere impunemente simili scossoni. Fatte per fortuna le debite proporzioni, anch’io attraversavo una crisi di melanconia e di pessimismo quando all’improvviso mi venne questa rivelazione. […] Lo charme autunnale di Torino è reso ancora più penetrante dalla costruzione rettilinea e geometrica delle vie e delle piazze.”

L’autunno, come del resto il meriggio-pomeriggio e la sera, sono allusione al tramonto della civiltà, ricreato, nell’opera dell’artista, anche attraverso il libero gioco della contraddizione prospettica e costruttiva. Rapporti topologici volutamente errati creano la sensazione angosciante di un palcoscenico sul vuoto, il grande vuoto del cielo senza dei.

La pittura di De Chirico è una pittura colta, essa pratica un recupero del repertorio figurativo del passato e del mestiere artistico attualizzandone le forme ed i contenuti. Nei suoi quadri ricostruisce un mondo di apparenze, di divinità irreali. La classicità diviene così una sorta di simulacro che esprime un sentimento di assenza e d’illusorietà.: la nostalgia di eroi sognati da bambini.

Giorgio De Chirico, Il trovatore, 1946

Giorgio De Chirico, Il trovatore, 1946

“Il nuovo pittore metafisico sa troppe cose. Sul suo cranio, nel suo cuore, simili a dischi sensibili di cera manosa, troppe cose hanno segnato impronte e richiami e ricordi e vaticini, troppe scritture hanno sciolto il nastro, troppe divinità sono morte e rinate e morte ancora della morte senza risurrezione… Egli non riceve più impressioni, ma scopre continuamente… nuove spettralità.”

 

Giorgio De Chirico: la nascita della Metafisica ultima modifica: 2012-10-26T18:47:36+00:00 da barbara
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