"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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La femme fatale: il lato oscuro della belle époque

La femme fatale: il lato oscuro della belle époque

La femme fatale: Félicien Rops, Pornokratès, 1878

Félicien Rops, Pornokratès, 1878 – Rops rappresenta la versione derisoria e licenziosa dell’incubo donna a cui l’uomo soggiace senza possibilità di scampo.

Tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento, si diffonde il mito della femme fatale, ossia della donna quale oggetto del desiderio, ma di un desiderio malefico, che reca con sé, sotto parvenze ammalianti, distruzione e sconvolgimento. Le pagine dei romanzi, le immagini della pittura e della scultura abbondano di questa tematica: un ossessivo e ricorrente richiamo ad un demone che si tenta, così, di esorcizzare. Molti sono i nomi e le interpretazioni della femme fatale: esotica, bruna e beffarda come le incarnazioni di Von Stuck, oppure fiammata nei capelli ed esangue come le nordiche sfingi di Khnoppf o le donne vampiro di Munch.

La femme fatale: Franz von Stuck, Il peccato, 1893

Franz von Stuck, Il peccato, 1893 – Il tema del peccato ispirò a Von Stuck più di una versione dello stesso dipinto. Egli raffigura la donna satanica, carnale, peccaminosa e pericolosa, con il volto nell’ombra e il corpo nudo avvolto nelle spire di un serpente.


La femme fatale: Fernand Khnopff, L'arte (o La sfinge; o Le carezze), 1896

Fernand Khnopff, L’arte (o La sfinge; o Le carezze), 1896

Nella spensierata epoca della belle époque, dunque, si affina e si diffonde questa icona femminile quale elemento irrazionale e destabilizzante rispetto alle certezze nate dall’orgoglio positivista del progresso.

Un’immagine che ha radici antiche, che è stata Medusa, Circe, Elena, Medea e che adesso, nell’epoca dell’industrializzazione borghese, nel mondo sfavillante delle città e delle metropoli, diviene un cliché come la danza sinuosa e lasciva di Salomè; un fantasma affascinante e repulsivo allo stesso tempo che abita i recessi più profondi della psiche umana, sconvolgendo e destabilizzando il comune senso delle cose.

La femme fatale: Franz von Stuck, Salomè, 1906 -

Franz von Stuck, Salomè, 1906 – L’artista ritrae l’eroina biblica come una zingara danzatrice del ventre, avvolta di note e profumi che ammiccano all’oriente.

Per questi artisti la figura femminile è essenzialmente negativa : schiere di mangiatrici di uomini che irretiscono le loro vittime e le divorano come donne vampiro, popolano i repertori iconografici dell’epoca. Di fronte alla donna fatale l’uomo non può che soccombere come vittima predestinata: la paura e la repulsione da sole non bastano a distoglierlo dall’ossessione per la donna, sempre presente nella sua mente, come in una straordinaria rappresentazione di Munch del 1897 “Nel cervello dell’uomo”.

La femme fatale: Edvard Munch, Il vampiro, 1893-1894

Edvard Munch, Il vampiro, 1893-1894

La misoginia, di cui la femme fatale non è altro che l’agghindata parvenza, è la malattia dell’epoca, è la crisi della fiducia nel progresso che trasforma la nostalgia del rassicurante grembo materno in un’immagine torbida e ansiogena. Nella diversità femminile si viene a riversare così tutta la frustrazione per delle attese mancate, per il ritmo volubile dell’economia e dell’industrializzazione, la seducente donna viene assunta al ruolo di bestia strana ed abominevole che, con le sue torbide passioni e magici incanti, trattiene la nuova era dalla sua più completa realizzazione.

Questo clima culturale, dalle torbide ed esasperate atmosfere, prepara la via alla codificazione scientifica dell’irrazionale da parte di Sigmund Freud, padre della psicoanalisi. ll conflitto con le passioni più profonde della psiche e il dilagare della cultura dell’inconscio producono angoscia e turbamento: la femme fatale non è altro che l’incarnazione delle pulsioni erotiche represse, dei conflitti generati dai tabù che, governando azioni e stati d’animo, rendono l’uomo un fantoccio in balia della propria parte più oscura.

La femme fatale: Gustav klimt, Giuditta I, 1901

Gustav klimt, Giuditta I, 1901 – Nel 1901, quando Klimt dipinge la sua prima Giuditta, non è la nobile eroina biblica quella che lui vuole ritrarre, ma la figura perversa e licenziosa della decapitatrice descritta da Sacher-Masoch nella sua “Venere in pelliccia”, in triofale contemplazione della testa mozzata del maschio.

 “Leggendo il libro di Giuditta invidiavo il feroce eroe Oloferne per via della donna regale che lo decapitò con una spada, gli invidiavo quella bella fine sanguinaria.”

(Leopold von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia, 1870)

La femme fatale: Gustav klimt, Bisce d'acqua II, 1904-1907

Gustav klimt, Bisce d’acqua II, 1904-1907

 

La femme fatale: Gustav Klimt, Pesci d'argento, 1899

Gustav Klimt, Pesci d’argento, 1899– In Klimt il richiamo della donna come mondo autonomo e perfettemente a sè stante è percepibile in molte sue tele. In opere come “Bisce d’acqua” e “Pesci d’argento”, Klimt si rifà a creature fantastiche e incantatrici, perfide e ammalianti che popolano i mari. Le serpentine, fluttuanti figure femminee, si fondano totalmente con il loro elemento naturale, quasi fiori tra i fiori, alghe fra le alghe.

 

La femme fatale: il lato oscuro della belle époque ultima modifica: 2012-08-22T22:50:22+00:00 da barbara
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