"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Salvador Dalì: della bellezza terrificante e commestibile

Salvador Dalì: della bellezza terrificante e commestibile

Salvador Dalì, Il grande masturbatore, 1929

Salvador Dalì, Il grande masturbatore, 1929

 “Desidero che ogni colpo di pennello raggiunga l’assoluto e dia l’immagine perfetta dei testicoli della pittura, testicoli che non sono i miei.”

(SalvadorDalì)

Salvador Dalì nasce il cinque maggio 1904 a Figueras, nella provincia catalana di Girona. Più che la Spagna sarà, infatti, la ricca e altera Catalogna ad influenzare la formazione culturale di Dalì, il quale, durante tutta la sua esistenza, sentì sempre il bisogno di tornare nei luoghi della sua infanzia, divenuti per lui simboli mitici e principali stimoli della sua visionaria iconografia.

Dalì era orgoglioso di essere catalano e di possedere le caratteristiche, che, si dicevano, distintive del suo popolo: la fierezza, la passione per il denaro, e il senso concreto per la vita che spinge ad avere fiducia nelle cose che obbediscono ai cinque sensi principali cose dunque da vedere, mangiare, toccare, ascoltare e odorare.

Sul numero 3 della rivista surrealista Minotaure, il 12 dicembre 1933, apparve un testo di Dalì dal titolo: “Della bellezza terrificante e commestibile dell’architettura Modern Style”. Le dichiarazioni di Dalì, pur riferendosi, in questo contesto, all’ambito architettonico, possono essere considerate delle vere e proprie attestazioni della sua poetica e del suo modo di fare di intendere l’arte.

Egli infatti evidenzia il carattere nutritivo, commestibile di questa specie di case, le quali non sono altro che le prime case commestibili, i primi e unici edifici erotizzanti, la cui esistenza implica questa funzione “urgente” e così necessaria all’immaginazione amorosa: poter realmente mangiare l’oggetto del desiderio.”

Dagli edifici di Gaudì, che egli descrive, è facile passare all’arte di Dalì stesso, carica di fantasie erotiche e sensuali, allusive alla dimensione più profonda e nevrotica della psiche umana.

Antoni Gaudì, Casa Batlò

Antoni Gaudì, Casa Batlò

 

Antoni Gaudì, La Pedrera

Antoni Gaudì, La Pedrera

 

Antoni Gaudì, La Pedrera

Antoni Gaudì, La Pedrera


Antoni Gaudì, La Pedrera

Antoni Gaudì, La Pedrera


Antoni Gaudì, La Pedrera

Antoni Gaudì, La Pedrera

 

Attraverso l’osserevazione della natura, influenzato dai paesaggi della sua amata terra, Dalì produsse, attorno agli anni ’30 del novecento, una serie nutrita di opere che assumono questa valenza di bellezza commestibile.

Egli venne ad elaborare il suo originale pensiero della contrapposizione formale, vitale ed erotica del duro e del morbido che trova piena espressione nell’opera del 1931 Gli orologi molli. Quest’opera, denominata in seguito Persistenza della memoria dal gallerista americano Julien Levy, testimonia il percorso ambivalente di Dalì in eterno e insanabile contrasto tra la dura corazza esterna del proprio ruolo pubblico e sociale, e la sensibile mollezza della propria fragile e tenera interiorità.

Salvador Dalì, Persistenza della memoria, 1931

Salvador Dalì, Persistenza della memoria, 1931

 “E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato.”

(Salvador Dalì, La mia vita segreta, 1942)

Un formaggio in decomposizione, un oggetto commestibile appunto, ha dato avvio ad una riflessione sull’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una diversa connotazione interna che segue solo la logica dello stato d’animo e della memoria.

Salvador Dalì, Pane antropomorfo pane-catalano, 1932

Salvador Dalì, Pane antropomorfo pane-catalano, 1932

 In altri dipinti di questo periodo appaiono immagini commestibili, cariche di una funzione fortemente simbolica ed erotica, come nel Pane antropomorfo pane-catalano del 1932, in cui il filone di pane assume un significato provocatoriamente fallico.

Salvador Dalì, Uova al tegame senza tegame, 1932

Salvador Dalì, Uova al tegame senza tegame, 1932

 Anche le uova furono un tema prediletto da Dalì come simbolo della realtà fisica e intrauterina femminile. In Uova al tegame senza tegame del 1932, la metafora sessuale è indicata dalle tre uova, allusive all’anatomia femminile, e dalla carota puntellata alla parete, metafora della mascolinità minacciata dal tempo (orologio che cola) che sta per cadere nelle mani della donna.

I continui e ripetuti riferimenti sessuali e l’atteggiamento iconoclasta e scandaloso, cominciarono, però, a sembrare eccessivi agli occhi retorici di Breton e dei suoi amici, anche perché parevano allontanare la pittura surrealista dalla sua responsabilità politica di contestazione della società esistente.

La fama di Dalì continuava nel frattempo a crescere, sorretta anche da trovate spettacolari e dalla sua eccentrica ed incisiva personalità: “l’unica differenza tra un pazzo e me consiste nel fatto che io non sono pazzo. […] La differenza tra me e i surrealisti è che io sono surrealista.”

L’allontanamento dal gruppo di Breton era così segnato e apertamente dichiarato; nella sua autobiografia, Diario di un genio (1952-1963) , Dalì descrive la sua avventura surrealista cominciata nel 1929 e terminata nel 1936 a causa della incomprensioni ideologiche con André Breton “il quale non mi perdona d’essere l’ultimo e il solo surrealista, ma bisogna che tutti sappiano un giorno, quando pubblicherò queste pagine, come si sono realmente svolte le cose.”

Salvador Dalì

Salvador Dalì


Salvador Dalì

Salvador Dalì

Salvador Dalì: della bellezza terrificante e commestibile ultima modifica: 2012-08-09T22:24:35+00:00 da barbara
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