"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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Max Ernst: la discesa negli abissi dell’irrazionale

Max Ernst: la discesa negli abissi dell’irrazionale

Max Ernst, L'antipapa, 1941-1942

Max Ernst, L’antipapa, 1941-1942

 

Max Ernst, Vestizione della sposa, 1939

Max Ernst, Vestizione della sposa, 1939

Max Ernst nasce nel 1891 a Brühl, un paese vicino a Colonia: “sbuca fuori da un uovo che sua madre aveva nascosto in un nido d’aquila e che l’uccello aveva covato per sette anni”, come racconta l’artista stesso in una versione surreale della sua nascita. Fin dall’infanzia soffre di allucinazioni: all’età di quindici anni, quando muore il suo caro pappagallo e nella stessa notte nasce sua sorella, manifesta le primi crisi mistiche ed inizia un processo di identificazione con i volatili.

Inizia a dipingere ai tempi dell’università: ricerca attorno a sé, ma soprattutto dentro di sé, nelle sue visioni, i soggetti della sua pittura.

Conosce l’orrore della grande guerra, combattendo al fronte e rimanendo ferito per ben due volte nel campo di battaglia; “primo agosto 1914: Max Ernst muore per risorgere l’11 novembre 1918 nelle vesti di un giovane che sogna di ritrovare i miti del suo tempo. Di tanto tanto chiede consiglio a quell’aquila che aveva covato l’uovo della sua vita prenatale” – così scrive a proposito di questa dura esperienza.

Conosce e si avvicina al dadaismo , in seguito, durante un suo soggiorno a Parigi, viene in contatto con Breton e la poetica dei surrealisti verso la quale provò, da subito, una grande affinità elettiva. La pittura di Ernst supera le convenzioni linguistiche, che dominano ancora in artisti quali Magritte o Dalì, ribaltando la concezione dello spazio tradizionale e la prospettiva classica che ne è a capo.

La sua opera ha una valenza straordinaria in quanto enfatizza il ruolo del “fare artistico” come utile strumento di scandaglio delle profondità dell’inconscio: Ernst cerca uno stato di coscienza in una zona intermedia tra sonno e veglia, dove possa essere valida la logica dei sogni. Il suo automatismo creativo nasce da un’emozione imprevista, da un salto nel buio negli abissi dell’irrazionale e, forse, da una discesa nella profondità delle angosce personali.

Una delle tecniche surrealiste inventate da Ernst è il frottage che così descriveva: “questo procedimento, applicato mediante tecniche appropriate, escludendo cioè ogni influenza conscia della mente (ragione, gusto, morale) e riducendo al minimo il ruolo attivo di colui che si suol definire l’autore non è altro che l’equivalente di una sorta di scrittura automatica. Il ruolo dell’artista si riduce così al potenziamento delle allucinazioni della mente ed egli è semplicemente lo spettatore, colui che contempla il farsi stesso della propria opera.”

Questa tecnica, inventata nel 1925, consiste nello sfregamento, mediante una matita o un pastello, di un supporto posato sopra una superficie ruvida che si vuol far risaltare. In questo modo Ernst ottiene dei disegni che rappresentano delle continue suggestioni, immagini perturbanti e straordinarie che possono evocarne altre per via associativa.

Max Ernst, La foresta, 1927–28, frottage

Max Ernst, La foresta, 1927–28, frottage


Max Ernst, Coppia zoomorfica, 1933

Max Ernst, Coppia zoomorfica, 1933. In quest’opera l’artista non utilizza la tecnica del frottage, tuttavia la presenza di canali luminosi e sinuosi attraverso scure zone dipinte crea un effetto di rielievo che ricorda il frottage. In questo caso, però, Ernst crea questo effetto collocando dello spago intriso di vernice sopra la tela e spruzzandovi sopra.

 

Nella pittura di Ernst stili e linguaggi si mescolano in una contaminazione continua mantenendo, tuttavia, la loro autonomia e realtà plastica: non è il sogno a generare l’immagine, ma l’immagine a generare il sogno, e la pittura ne è un mezzo attivo di conoscenza e interpretazione.

“Come il ruolo de poeta, a partire dalla celebre Lettre du vayant, consiste nello scrivere sotto la dettatura di ciò che si pensa, che si articola in lui, così il ruolo del pittore è quello di delineare i contorni e di proiettare ciò che si vede in lui.”

(Max Ernst)

Max Ernst, L'occhio del silenzio, 1943-44

Max Ernst, L’occhio del silenzio, 1943-44

 

 

 

 

 

Max Ernst: la discesa negli abissi dell’irrazionale ultima modifica: 2012-08-08T20:56:23+00:00 da barbara
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