"La bellezza non è rara." ( J. Luis Borges)
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La progressiva mercificazione dell’arte nella realtà contemporanea

La progressiva mercificazione dell’arte nella realtà contemporanea

Andy Warhol

Andy Warhol, (1928 – 1987)

Nell’epoca contemporanea l’arte è entrata nella sua fase più completa ed evoluta di mercificazione: il mercato oggi detta le regole e gli acquirenti decretano l’importanza di un’opera.

Di fatto già la Pop Art, soprattutto con la figura di Andy Warhol, portò alla ribalta l’idea che il valore autentico di un’opera d’arte corrisponda al suo valore di mercato e che quindi l’artista sia tanto più bravo in quanto riesca a vendersi a caro prezzo. Si attribuisce, così, importanza al lato effimero e riproducibile dell’arte a discapito di ciò che da sempre ha cercato di esprimere, ossia il suo valore atemporale e la libertà dell’idea e del gesto creativo.

“L’arte degli affari sta un gradino al di sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama “arte” o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi diedi all’arte degli affari. Dicevano: i soldi sono un male – lavorare è male. E invece fare soldi è arte, e gli affari ben fatti sono la migliore espressione d’arte. […] Era sufficiente per me il fatto che l’arte fosse stata incanalata nel commercio, fuori dal chiuso di certi ambienti, dentro il mondo della realtà.” (Andy Warhol)

Esteticamente l’arte è ridotta ad ornamento, con una degradazione dei contenuti, e socialmente è un segno di promozione, un oggetto di lusso, tanto più appetibile quanto più risulta alta la sua quotazione sul mercato. Oggi il mecenate dell’arte è il mercato, cioè il denaro, il finanziere è il creatore dell’artista e dell’arte che vengono scambiati, come qualsiasi altro strumento finanziario, nelle piazze d’affari internazionali: l’arte diviene così un gioco di segni senza referenza, un astratto strumento finanziario all’interno di un circolo il cui fine è la proliferazione di segni finanziari.

Quando l’arte della finanza si tramuta in finanza dell’arte, l’arte non è più solo una merce, me è moneta di scambio per hedge fund e fondi di private equity.

Tipica di questa tendenza è l’attuale affermazione di artisti quali Koons e Murakami che utilizzano l’arte come griffe per una produzione di oggetti di massa ad alto costo e sovrastimata. La pratica artistica è così equiparata ad un’azienda commerciale che produce indifferentemente eventi e merci di tipo elitario, mentre i “grandi” artisti del passato sono scambiati nelle aste come qualsiasi altro prodotto finanziario: merce che crea denaro e che risente delle quotazioni di mercato.

In questo scenario di compiuta mercificazione possiamo decretare il tramonto dell’arte e la sua definitiva sparizione?

Forse è più giusto parlare di un occultamento dell’arte, di una sua invisibilità: l’arte a forza di esporsi e di essere esposta si è resa invisibile, relegata in un luogo marginale e periferico che spetta a noi discoprire.

Inflatable Flower and Bunny

Jeff Koons, Inflatable Flower and Bunny (Tall White, Pink Bunny), 1979

 

La progressiva mercificazione dell’arte nella realtà contemporanea ultima modifica: 2012-07-18T13:00:40+00:00 da barbara
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